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DA LAURA TREZZA

STATI GENERALI DELLE DONNE

5 DICEMBRE 2014

Intervento di Laura Montana Trezza  Progetto: “WOMEN FOR MEDITERRANEAN” (WOMED)

Gli avvenimenti che si sono susseguiti sulle sponde africane del Mediterraneo negli ultimi anni dimostrano chiaramente come tutta l’area sia in forte destabilizzazione politica e sociale e si stenta enormemente a trovare equilibri politici anche in sede internazionale.

La situazione di Egitto,Tunisia e Libia hanno cancellato le situazioni di potere che si erano cristallizzate nel passato mentre la Siria è ancora un teatro di guerra che, al di là delle motivazioni religiose, vede un vero e proprio attacco armato volto alla conquista dei territori da parte delle forze integraliste.

La belligeranza nella Siria ha allertato la Turchia, che si è vista costretta a schierare le proprie truppe ai confini, anche se, in sede politica, il comportamento è apparso non chiaro e spesso troppo attendista.

La situazione in Israele non è meno grave: i continui scontri armati stanno risvegliando antichi dissapori ed appare sempre più difficile raggiungere obiettivi di pace in presenza di forti intolleranze da entrambe le parti interessate.

L’Algeria permane una enclave ancora governata dall’attuale establishment e sta portando avanti ormai da anni un piano di sviluppo che, sia pure lentamente, consente il governo del territorio in condizioni di relativa stabilità.

Uno scenario così precario, ha rallentato notevolmente le iniziative economiche volte ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo da parte delle autorità europee, aggravate, come sono, anche da una crisi interna di vaste proporzioni che tiene tutte le nazioni UE impegnate sui rispettivi fronti a governare la mancanza di sviluppo e la disoccupazione crescente.

Le imprese italiane, molto presenti nelle aree indicate, si trovano oggi in grosse difficoltà a rivolgersi a questi Paesi, ma la ricerca di nuove opportunità di sviluppo, li spinge comunque verso quei paesi dove la domanda di beni e servizi è destinata a crescere indipendentemente dalle condizioni geo-politiche.

In particolare il continente africano in genere, e le sponde del Mediterraneo in particolare, costituiscono forti attrattori per iniziative imprenditoriali per varie ragioni: il tasso di crescita della popolazione in queste aree è in continuo aumento e con esso il tasso di crescita della domanda; le nazioni sono ricchissime di materie prime; i trasporti sono avvantaggiati dalla vicinanza fra l’Italia ed il continente africano; la presenza di imprenditoria straniera è forte soprattutto nel settore delle infrastrutture; la presenza italiana nelle aree interessate è già consolidata da molti decenni e questo ne favorisce la adattabilità e l’accoglienza; la politica estera italiana ha sempre avuto particolare sensibilità nei rapporti con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

L’Italia, con oltre 63 mld di euro di interscambio commerciale con l’area Mediterranea, rappresenta oggi il principale partner commerciale ma tale primato è destinato a mutare nel prossimo futuro a causa del rallentamento della nostra economia, della maggiore “aggressività” (in termini commerciali) di Germania, Francia, USA e Cina ed a causa della grande concentrazione dei nostri interscambi, cioè la netta prevalenza del settore energetico.

Le previsioni indicano un tasso di crescita di questi Paesi superiore a quello previsto in Europa per cui la forte domanda di beni e servizi spingerà certamente gli operatori economici europei a dirigere la propria attenzione ad investimenti nell’area mediterranea.

Se ne deduce che la classe imprenditoriale italiana dovrebbe attenzionare questo fenomeno e dirigere risorse verso investimenti produttivi nel bacino del Mediterraneo offrendo non soltanto beni e/o servizi ma anche opportunità di joint ventures, creando così delle posizioni stabili sui territori interessati.

Si stima che l’Italia potrà scambiare con l’area MENA (1 )nel 2016, 56,5 Mld di euro!

Particolare interesse dovrebbe suscitare quanto detto per gli imprenditori del Mezzogiorno, poiché la crisi economica e sociale italiana è particolarmente sentita nelle aree meridionali della penisola, per cui, una visione più dinamica del commercio con l’estero ed una facilitazione di rapporti con tali Paesi dovrebbe consentire alla economia meridionale un incremento nelle esportazioni ed un miglioramento nei livelli occupazionali.

Infatti l’interscambio commerciale fra le Regioni meridionali e l’area del Nord Africa si sono incrementate di oltre il 50% negli ultimi tre anni con particolare riguardo alla Libia, all’Algeria, all’Egitto mentre gli scambi con la Tunisia ed il Marocco hanno presentato una leggera flessione.

Il Mezzogiorno resta la macro area italiana con la maggiore incidenza dell’area MED sul totale del proprio commercio estero (triplo rispetto alle altre regioni italiane).

(1) Acronimo per Middle Est - North Africa

Il Mediterraneo del sud (Southern MED) è l’area che presenta il valore più alto di scambi commerciali con il Mezzogiorno.

Appare evidente dalla analisi dei dati esaminati che la maggior parte degli scambi hanno riguardato il settore energetico (oltre l’80% del volume totale) mentre gli scambi con la Turchia, hanno riguardato beni e servizi ed hanno subito un incremento di oltre il 70%.

Continuano a decrescere significativamente, invece, gli scambi con Israele, probabilmente perchè questa nazione è fortemente vocata ad attività di Hi-tech e nonostante i numerosi accordi (es. Start up company) non si sono realizzate joint ventures significative.

Ancora in netto calo gli scambi con la Siria (-39%), ma questo fenomeno è da attribuire largamente alle condizioni socio politiche di quel territorio ed alla attuale condizione di belligeranza esistente nel Paese.

Le Regioni meridionali più interessate agli interscambi con i Paesi del MENA sono state rispettivamente la Sicilia, con un incremento di oltre il 60%, e la Puglia mentre la Campania, invece, ha ridotto gli scambi con la parte orientale del Mediterraneo ed ha incrementato quello dell’area sud. Anche la Sardegna ha incrementato lo scambio con i Paesi dell’area sud del Mediterraneo, specializzandosi sempre più in prodotti energetici; questi prodotti rappresentano oltre l’85% delle importazioni meridionali dall’area Mediterraneo.

E’ interessante osservare, infatti, che le aree del Mezzogiorno sono quelle con maggior incidenza dell’area Med sul totale del proprio commercio estero, con un volume di scambi triplo rispetto alle altre regioni italiane.

Sul fronte dell’export di prodotti petroliferi raffinati, il Mezzogiorno raggiunge il 75% rispettivamente verso la Turchia, la Libia e l’Algeria in maniera significativa e verso altri paesi, esclusa la Siria, in maniera omogenea.

Il flusso di esportazioni è fortemente indirizzato verso i Paesi dell’area Sud del Mediterraneo con una dinamica positiva mentre i flussi verso l’area orientale sono in netto calo; questo accade non soltanto per la natura dei beni esportati ma anche per una serie di concause fra le quali la minor distanza e, quindi, il minor costo del trasporto.

Le Regioni meridionali italiane che hanno avuto i flussi maggiori di interscambio di prodotti non energetici sono state la Campania, la Sicilia e la Puglia.

LA UE E L’AREA MENA

La UE si è posta il problema dei rapporti con tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo fin dal suo inizio ed ha avuto costantemente una politica di apertura verso tutti i possibili rapporti che si potessero avere a livello istituzionale.

Una tappa importante di questa evoluzione è costituita dal Partenariato Europa-Mediterraneo del 1995 e l’approccio è stato diretto vieppiù alla logica del more for more proprio per tenere conto delle evoluzioni socio-politiche cui i paesi del MENA erano soggetti negli anni, privilegiando e premiando quei paesi le cui riforme andassero verso politiche di sviluppo sociale ed economico in un clima di distensione che rispettasse i canoni internazionali dello sviluppo, cioè l’intelligenza, la sostenibilità e l’inclusività.

Nel 2012 la UE e l’Alto rappresentante della UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, hanno fatto una comunicazione congiunta “Sostenere il rafforzamento della cooperazione e dell’integrazione regionale nel Maghreb: Algeria, Libia, Mauritania, Marocco e Tunisia”, come risposta della UE ai cambiamenti che si erano verificati nei Paesi del Med. Meridionale.

Il documento conteneva alcune importanti azioni a sostegno concreto di questi Paesi e precisamente: favorire la creazione di una rete di imprenditori locali; favorire le imprese locali negli investimenti in paesi del Maghreb, offrire assistenza tecnica alle banche per lo sviluppo dei sistemi di pagamento nelle aree africane; sostenere lo sviluppo rurale; sostenere e promuovere l’imprenditoria femminile (attraverso azioni di mentoring, facilitazioni all’accesso ai finanziamenti, facilitazioni alla predisposizione di Business Plan, programmi specifici di formazione professionale; tutoraggio alle imprese).

La volontà è quella di sviluppare una cooperazione attiva nei seguenti settori:

-dialogo politico e cooperazione alla sicurezza;

-agricoltura, ambiente ed acqua;

-industria,commercio, infrastrutture, investimenti e tecnologie;

-sviluppo umano (ricerca scientifica, sport, formazione professionale, gioventù etc);

Notevole è stato il ruolo del “ 5+5 Group” (2) per la circolazione di modelli di sviluppo, assi di sostegno per

l’ambiente, migrazione, sicurezza.

L’Unione del Mediterraneo (UpM) ha stabilito gli obiettivi di intervento per lo sviluppo della imprenditoria nei seguenti settori : trasporti e sviluppo urbano, Energia, acqua ed ambiente, educazione superiore e ricerca, affari sociali e civili. Le azioni sono orientate prevalentemente verso le donne ed i giovani.

Particolare importanza è stata data alle iniziative delle micro-piccole imprese che sono state individuate come le strutture più idonee ad essere sviluppate in quei territori. In questa direzione la UpM è fortemente coadiuvata dall’Euro-Mediteranean Development Center for Micro, Small and Medium Enterprises (EMDC), promosso dalla Camera di Commercio di Milano e dal MAE. Attualmente il progetto copre soltanto quattro nazioni, Marocco Tunisia, Egitto e Giordania ma potrà allargarsi anche ad altri Paesi in futuro:

(2) 5 paesi sponda nord del Med.: Malta, Italia, Francia, Spagna e Portogallo + 5 paesi della sponda sud : Algeria, Marocco, Libia, Tunisia e Mauritania

Passi avanti sono stati fatti per creare una Deep and Comprensive Free Trade Areas ( DCFTA) al fine di rendere compatibili le legislazioni dei quattro paesi sopra indicati alla legislazione europea.

Sul tema della Cooperazione industriale è attivo il Working Party fra le due sponde del Mediterraneo che ha elaborato un programma con i seguenti obiettivi:

-migliorare il clima imprenditoriale e la promozione delle PMI allineandosi allo Small Business ACT;

-incoraggiare le PMI ad esportare, innovare, ad internazionalizzarsi;

-stabilire un mercato Pan-Euro-Mediterraneo per i prodotti industriali;

-sviluppare azioni specifiche nel settore tessile, dell’abbigliamento, delle industrie creative.

Accordi sono stati stipulati anche per quanto attiene la gestione dei movimenti di persone (Marocco) e per facilitare l’espatrio di studenti, ricercatori, imprenditori. Particolare attenzione è stata data ai flussi migratori illegali.

L’impegno finanziario UE verso il Mediterraneo Meridionale per il periodo 2014.2020

Il budget previsto per questa finalità era stato determinato in 18,2 mld di euro (2011) ma questo dato è destinato a crescere nel prossimo piano quinquennale che la UE sta predisponendo.

Il nuovo strumento finanziario, denominato European Neighbourhood Instrument (ENI), è finalizzato ai paesi del Mediterraneo orientale e meridionale con l’obiettivo di creare prosperità e sviluppo attraverso specifici programmi bilaterali, regionali e transfrontalieri.

Si prevede l’adozione di nuovi strumenti finanziari che utilizzeranno in forma mista prestiti con sovvenzioni a fondo perduto al fine di ottenere un effetto leva sui finanziamenti destinati alle esigenze di finanziamento dei paesi partner.

Il sostegno UE sarà rivolto:

- diritti umani e libertà fondamentali;

-rule of law;

-principi di eguaglianz;

-creazione di una democrazia profonda e sostenibile;

-promozione di pratiche di buon governo;

-rafforzamento della cooperazione economica;

-promozione della coesione interna;

prevenzione dei conflitti

-promozione misure di sicurezza;

-promozione relazioni transfrontaliere.

Particolare importanza rivestirà la BERS nell’area mediterranea poiché dovrebbe effettuare investimenti per 2,5 mld di euro all’anno.

Ancora, l’International Finance Corporation, la BEI, e l’ Agence Francaise de development (AFD) hanno firmato un protocollo di intesa che permetterà agli istituti di credito delle aree del MENA, mediante uno strumento della gestione del rischio, di sostenere attraverso prestiti, le PMI della Tunisia, del Marocco,dell’Egitto, del Libano e della Giordania; il budget prevede una spesa di 400 mln di dollari.

CONCLUSIONI

Oggi le possibilità di sviluppo dell’Italia non vanno ricercate, a mio avviso soltanto all’interno del Paese, ma vanno ricercate nella possibilità che esistono oggi di esportare beni e servizi soprattutto nei Paesi dell’area Mediterranea meridionale, dove la domanda è in crescita e presenta un trend fortemente positivo nei prossimi anni.

Tutti gli strumenti legislativi e finanziari posti in essere dalla UE, prevalentemente con i Paesi del Maghreb, offrono oggi delle occasioni assolutamente uniche poiché hanno creato le opportunità concrete di porre in essere iniziative imprenditoriali in vari settori di dimensioni piccole-medie e di collaborazioni anche strutturate attraverso accordi di Joint Venture.

I settori di collaborazione sono abbastanza individuati: il settore tessile, il settore dei manufatti, il settore delle pelli e pellami, il settore dei mobili, il settore dell’edilizia civile (cemento armato precompresso, pannelli bioisolanti, metalmeccanica leggera etc), il settore delle energie alternative, il settore della ID, il settore agricolo e dell’industria alimentare, il settore del food biologico, ed altri ancora se ne possono individuare eliminando, per ragioni di sistema, gli scambi e le iniziative in campo energetico in senso lato.

Occorrerebbe, a mio avviso, individuare dei format per agevolare sia gli scambi che le partnership da asseverare con ciascun Paese interessato, in modo da semplificare i processi burocratici ed accelerare la realizzazione delle iniziative.

Per ottener questo risultato, è necessario creare una banca dati specifica dei settori individuati presso le regioni italiane al fine di capire come l’industria italiana può avere interscambi con ciascun paese dell’area del Maghreb fornendo modelli realizzativi, consulenza ed assistenza a quelle PMI che volessero interagire con altre imprese dei paesi del MENA.

I dati sono facilmente acquisibili e si potrebbe istituire nei capoluoghi di regione una sorta di sportello per le esportazioni dove acquisire informazioni relative ai diversi paesi ed alle modalità operative.

Le donne potrebbero creare in ciascuna regione una piattaforma informativa da gestire per questi scopi e si potrebbero selezionare delle professioniste in grado di assistere le imprese “ al femminile” (team leader) nei percorsi di espansione verso il Nord Africa facilitandone la realizzazione anche con azioni di mentoring.

Come operare? Creiamo un format e….costruiamoci la nostra base operativa!

Creiamo una piccola commissione di studio che faccia proposte operative per questo progetto e selezioniamo fra le aderenti quei soggetti che si dichiarano disponibili ad affiancare le aziende o le newco interessate ad operare in un orizzonte più largo. In alternativa si possono raccogliere progetti operativi predisponendo un format sul sito dell’Associazione da riempire da parte delle donne interessate.

Si potrebbero selezionare i servizi ed i prodotti di cui vi è domanda nei paesi del MENA e verificare la possibilità di creare microimprese e/o piccole imprese cui far produrre i beni richiesti, avendo riguardo per la tipologia ai fini dell’investimento e delle necessità finanziarie dello start up.

Ancora, si possono creare delle cooperative di produzione lavoro al femminile che eroghino servizi dei quali vi sia richiesta nei Paesi del Maghreb.

Si possono studiare forme di collaborazione strutturale (partecipazioni incrociate) con aziende del Nord Africa ed aziende italiane per incrementare gli interscambi ed altre forme di collaborazione organica possono essere messe a punto su specifiche aree e per specifici progetti.

Prioritaria rispetto a qualsiasi iniziativa è la necessità di verificare che le donne interessate a questi progetti abbiano buona dimestichezza con la lingua francese poiché i Paesi interessati sono tutti francofoni, con l’eccezione di Israele, dove si parla correntemente l’inglese e della Turchia, dove la lingua inglese è abbastanza diffusa fra gli operatori economici.

Una attenta analisi del potenziale femminile nelle aziende italiane con particolare riguardo alle aree del Mezzogiorno, potrà dare delle idee concrete sulla possibilità di sviluppare il commercio con le aree del Mediterraneo meridionale e/o sulle possibilità di intrattenere rapporti economici fra imprese di entrambe le aree e/o sulle possibilità di aiutare i Paesi del Nord Africa a mettere in atto politiche sociali per le donne ed i giovani sulla base degli accordi internazionali esistenti.

L’area dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo costituisce lo sbocco naturale per gli scambi commerciali con l’Italia e dobbiamo intensificare queste attività in maniera esponenziale, tenuto conto che, negli ultimi tempi, la Cina è riuscita a penetrare nel Mar Nostrum e ad effettuare scambi per oltre 50 mld di euro.

Varie soluzioni possono essere individuate diverse per tipologie e modalità operativa, ma ciò che conta, a parere mio, è che siano proposte operative di medio-lungo termine articolate per finalità e strumenti

Project WOMED: Women for Mediterranean.

DA ANTONINO GALLONI

COME FUNZIONA IL SISTEMA MONETARIO INTERNAZIONALE
(Dedicato a Lyndon LaRouche nel suo 90° compleanno – Settembre 2012)

Oltre il 90% della moneta totale transita dalle famiglie e dalle imprese (anche criminali) verso le banche che hanno “autorizzato” prestiti, fidi e mutui e che, così, vedono arrivare tale moneta sotto forma di versamenti; con l’abbandono della legge Glass-Steagall degli anni ’30 (in Italia la legge bancaria del ’36) – che faceva tenere ben distinta l’attività bancaria dagli istituti che operavano sul mercato finanziario e speculativo – anche i depositi e i conti correnti sono stati utilizzati dalle banche (quali soggetti finanziari) per operazioni speculative.

Prima dell’abbandono della Glass Steagall (ma anche dopo e fino alla crisi delle borse nella primavera del 2001) le banche hanno prestato danaro alle famiglie per fronteggiare il calo di reddito derivante dalla flessibilizzazione del lavoro; finchè le borse hanno manifestato un costante rialzo (soprattutto nei titoli migliori) parte dei guadagni andavano alle banche che avevano “prestato” e parte al sostegno delle spese delle famiglie.

Dopo il 2001, le famiglie hanno continuato a indebitarsi facendo leva sulla loro ricchezza soprattutto immobiliare e le banche hanno cominciato a speculare su tutti i titoli possibili, in tutti i modi e ottenendo – nel breve come nel medio/lungo termine – perdite di liquidità ingentissime. Così, il credito per le imprese veniva ingessato dalle disposizioni cosiddette Basilea 2 e soprattutto 3, le famiglie continuavano a perdere (salari più bassi e disoccupazione) e il totale del flusso monetario da famiglie e imprese verso le banche diventava minore delle perdite bancarie sul fronte delle attività speculative. Di qui la crisi di liquidità aggravata dalla situazione degli immobili una volta che la bolla si sgonfiava fino al dilagare dei casi di “under water” (quando il valore del mutuo supera quello dell’appartamento).

In questa situazione il “sistema” è tenuto a galla dalle immissioni massicce di moneta autorizzata dalle due principali banche centrali (BCE e FED che parlano di appoggio illimitato a sostenere le esigenze di liquidità delle banche miste).

Il comportamento delle banche centrali non comporta una cura del sistema (e nemmeno delle singole 40 grandi banche più coinvolte nello squilibrio) ovvero una trasformazione di esso; a meno che l’appoggio “illimitato” non sia veramente tale. Se non può essere “illimitato” ma solo massiccio ed esagerato perché le perdite delle banche come soggetti speculativi riguardano 4 quadrilioni di dollari e, quindi, considerando un’esigenza di liquidità pari al 10%, si ottiene una somma che è pari a 400 trilioni (da cui sottrarre ciò che onesti e disonesti versano alle banche stesse a vario titolo) ovvero 6-7 volte il PIL di tutto il mondo ovvero 10 volte di più di quanto le banche centrali dovrebbero autorizzare tra il 2009 e il 2014.

Nel caso in cui l’appoggio delle banche centrali non sia veramente “illimitato” - e illimitato vuol dire 400 trilioni (meno qualche decina dei nostri poveri versamenti) - allora c’è da aspettarsi il crollo dell’attuale sistema: più probabile una corsa incontrollata alla liquidità che non una botta iperinflattiva (forse, a questo punto, un male minore che rimetterebbe “in pari” i debitori).

Nel caso contrario, allora delle due l’una: o ce ne sarà un pochino (di autorizzazioni monetarie) per la ripresa (investimenti e consumi), gli ammortizzatori sociali, i redditi delle famiglie ed il credito alla produzione e, allora, il “sistema” andrà avanti proponendo un arricchimento dei ricchi (grande) e un miglioramento per il 98% della popolazione (modesto ma sufficiente); oppure la condizione del citato 98% della popolazione andrà peggiorando fino ad un limite di rottura sociale.

Il problema è che per veicolare il passaggio da mezzi monetari (destinabili alla ripresa) a domanda effettiva (la ripresa è un mix di più consumi e più investimenti), occorre l’intervento o, almeno, la regia dello Stato (nazionale, federale, continentale…) mentre quelli che governano e debbono prendere decisioni sono tutti contro lo Stato da oltre trent’anni.

Da Laura Montana Trezza

A STEFANO

Catanisi sugnu e minni vantu
Nascìu intra chist' isula d'incantu
Unni ['alivi 'nsemi a li vigniti
L'aranci e li lumei, sunnu indurati.

Partìu carùsu afflittu e ripigghìai la vîa
Luntanu in continentí minni ivu..,
ma intantu la so' immagini divìna
ristò stampata d'intra a l'alma mia!

Nun sugnu ,no,poeta e nun m'affruntu,
sacciu surtantu ca tirài lu cuntu
c'aiu settant'anni e mancu me li sintu.

Oggi lu munnu è tuttu 'na rovina
Nun c'è cchiù paci e mancu disciplina
Nni lu consorziu di la genti umana.

Forsi l'Apoca lissi s'avvicina,
Forsi la paci è 'na parola vana,
ma mi rivolgiu a la manu divina
ppi quantu stu disastru s'alluntana!

Eri carùsu e ghisti a travagghiàri
l'acqua passasti e fusti in Continenti
a circàri furtuna e brava genti
Ccu cui putìriti appattàri.

Ora si Omu e oramai ccu l'ucchi stanchi
Festeggi puri tu li settantanni

Ma 'nfunnu 'nfunnu d'intra lu to cori
C'è ancora ddu carùsu nicareddu,
chinu di suli e di curiosità, mutu,
Ammuccìatu 'nfunnu a ddu pirtusu!

"Chi è stu sgrèviu, sta malincunìa,
chi è stu gruppu c'haiu intra u me cori?
Aiutomi, dimmi chi è, motruzza mía!"
"Nenti, fiqghiuzzu mi', è sulu..,, nastalgìa!!

Laura

Da Antonino Galloni

RIFORMARE QUESTA EUROPA O SMARCARSI DALL’EURO?

In un interessante articolo su questo giornale (giovedì 21 Novembre us), Giampaolo Galli e Yoram Gutgeld prendono una posizione decisa contro i detrattori dell’euro, indicando le conseguenze di una nostra uscita e proponendo un’analisi critica e molto sintetica della dinamica economica italiana dagli anni ’80 a oggi.

Nella ipotesi, dunque, di un nostro abbandono dell’euro si sostiene o, meglio, si teme, una massiccia fuga dei capitali all’estero e, anche, un problema di sostenibilità del debito estero: entrambe le dinamiche dipenderanno da tanti fattori, ad esempio le rassicurazioni sulla tenuta del Paese (attualmente la terza potenza mondiale dopo Cina e Germania in quanto a diversificazione merceologica all’export) e sulla politica verso le banche, visto che il FMI e l’UE minacciano, oggi, il “bail-in”, vale a dire l’espropriazione dei depositi per fronteggiare gli squilibri nei bilanci delle stesse a causa del 45% di crediti irrecuperabili; al ripristino della sovranità monetaria nazionale potrebbe, infatti, corrispondere una valutazione delle “sofferenze” come mancati guadagni e non come perdite (come alcuni economisti segnalano da tempo). Ugualmente, l’uscita dall’euro dovrebbe esser preceduta dal ripristino della netta separazione tra le banche di credito ordinario e i soggetti che operano sui mercati speculativi: questo neutralizzerebbe l’effetto di fuga dei capitali e, ovviamente, ce la giocheremmo in termini di tenuta industriale all’export che beneficerebbe del deprezzamento del cambio.

Se tutto ciò è esatto, non dovrebbe aumentare lo spread perché i nuovi titoli sarebbero in (nuove) lire ed acquistati dalla CDP – come adesso – utilizzando il risparmio postale italiano, i cui tassi di rendimento sono più bassi di quelli dei titoli di Stato.

In ogni caso è logico che il Paese dovrebbe tornare non a prima dell’euro o al ’92, ma a prima del “divorzio” tra Tesoro e Banca di Emissione (1982) che determinò tassi di interesse insostenibili, esplosione del Debito Pubblico (come ammettono anche Galli e Gutgeld), accorciamento dell’orizzonte temporale degli investimenti, conseguente disoccupazione soprattutto giovanile.

Quali riforme? Per fare le riforme dobbiamo rilanciare la domanda interna: quindi va bene eliminare gli sprechi, ma occorre capire che se la nostra spesa pubblica corrente rispetto al PIL è di meno di quella degli altri Paesi europei, risulta inutile accanirsi su di essa; anche la riduzione del cuneo fiscale diventa una falsa soluzione se la coperta è corta (infatti, qualcuno dovrebbe alzarsi, aprire l’armadio e prendere la coperta giusta): se riduciamo i contributi previdenziali impoveriamo i futuri pensionati, se li fiscalizziamo cosa tagliamo? I pronto soccorso? Le gambe dei banchi delle scuole? La manutenzione del territorio? Le panchine nei parchi pubblici?

Qui si pensa che mettendo in mobilità i dipendenti pubblici o riducendo gli stipendi si diventi più competitivi: è vero il contrario, più c’è domanda all’interno e più possono ridursi i prezzi dei prodotti all’esportazione.

Conclusione: sarà meglio accelerare sulla proposta originaria di Enrico Letta a ridiscutere parametri e Trattati Europei prima che sia troppo tardi e la crisi sociale ci travolga; occorre far circolare i crediti con meccanismi di compensazione a tutti i livelli e capire che gli investimenti dei privati riprenderanno con la crescita (anche delle prospettive di profitto) e non con i tagli; ma perché ciò avvenga e l’euro sopravviva occorre innanzitutto che l’Europa accetti prospettive di finanziamento del traino di investimenti pubblici autorizzati nei vari Paesi in proporzione ai livelli della disoccupazione e non a parametri incomprensibili ed arbitrari.

Altrimenti l’unica alternativa sarà quella di lasciare l’euro.

(*) Sindaco dell’INPS

Da Maurizio Cuscinà

AMICIZIA, CULTURA E SOLIDARIETÀ NELLE FORZE ARMATE ITALIANE E PATRIA
ESAMINIAMO COSA SIGNIFICANO NELLE FORZE ARMATE

L’amicizia nelle FF.AA.

Chiedo aiuto all’ultima pagina del volume, “Il Mak P 100” , del mio 20° Corso dell’Accademia Militare.
I miei primi e più cari amici gl’incontrai a diciasett’anni, in un superbo palazzo, che ho sempre davanti agli occhi, come se fossi uscito ieri……….. Non posso pensare a quei due anni passati là senza che mi assalga una folla di ricordi, di amici, sentendo che tutti mi son cari, e che sin ch’io viva, non mi sfuggiranno mai.
Così scriveva Edmondo De Amicis, molti anni dopo aver lasciato la carriera militare.
Voi sapete dei raduni annuali d’arma, ad esempio degli alpini, vere feste di amicizia, ( Provate a pensare a qualcosa del genere, ad esempio per gli avvocati, i commercialisti e così via), ma, forse, non sapete dei raduni, anche annuali, dei nostri Corsi.
Oggi, grazie ad internet, in 200/250 ci scriviamo e accorriamo a congratularci o a soccorrerci in ogni occasione e per ogni necessità. Provate a pensare a qualcosa del genere per i cicli universitari.

La solidarietà, nelle FA

La solidarietà nelle FA non è economica, ossia il donare parte del proprio patrimonio ad altri, ma, etica, ossia sussidiarietà, ossia condivisione del proprio bene con il prossimo, in particolare con i propri connazionali, anche a costo della vita.
In pratica si manifesta negl’interventi in occasione delle:
- calamità, in soccorso della popolazione ( non ditemi che arrivare per primi nell’epicentro di un terremoto, non è rischiare la
vita );
- delle odierne operazioni di mantenimento della pace, che per i militari sono solo tali, obbedendo al proprio governo e lasciando le polemiche ai politici e ai decision maker.
Per tali interventi le F A si sono guadagnate varie decorazioni e soprattutto un nuovo rispetto, ma anche nuove lacrime.
Ora desidero raccontarvi una storia veramente accaduta sul fronte russo.
“ Un mio soldato non è tornato dal campo di battaglia, Signore. Le chiedo il permesso di andare a cercarlo” Disse il
Tenente al suo Capitano. “Permesso negato”!” Non voglio che rischi la vita per un uomo che molto probabilmente è già morto” Il Tenente, con il cuore in tumulto, se ne andò, ma un’ora dopo tornò, gravemente ferito, portando sulle spalle il cadavere del suo commilitone.
“Le avevo detto che ormai era morto! Mi dica se valeva la pena di ridursi così per recuperare un cadavere!?
“Certo che ne valeva la pena, Signore! Quando l’ho trovato era ancora vivo e mi ha potuto dire: Ero sicuro che saresti venuto”. E spirò contento.
Questo è un fatto accaduto realmente, il suo protagonista fu il Ten, poi, Gen. Chiti.
Lo trovo un formidabile esempio di amicizia e solidarietà.

La cultura nelle FA

La cultura militare ha almeno due aspetti:
- un aspetto scientifico, la conoscenza e la capacità d’impiegare lo strumento bellico per garantire alla società la possibilità di conseguire o meglio di difendere un bene;
- un aspetto etico, perché essendo cultura bellica ossia della forza, deve essere esercitata secondo la volontà e gli interessi della società.
Quindi cultura di fedeltà, lealtà, obbedienza, onore, e sacrificio, spinto fino alle estreme conseguenze Insisto su questo punto perché amici professionisti, sappiate che il Militare è un Uomo che, ad un certo punto della sua vita, firma un assegno fino ad un ammontare pari al valore della sua vita, ma pagabile solo alla sua Patria.

Ma cos'è la Patria?

Il Vocabolario Zingarelli, la definisce "il paese comune ai componenti di una nazione, cui essi si sentono legati come individui e come collettività, sia per nascita sia per motivi psicologici, storici, culturali e simili".
Ma il vero concetto di Patria è una modalità dello spirito.
Per Cicerone e San Tommaso l’amore per la Patria è compreso nella pietas, ossia nei doveri che abbiamo verso Dio, verso i Genitori, verso la Terra che ci ha nutrito. Si esprime con ossequio, culto e obbedienza.
Il codice morale internazionale definisce il patriottismo la virtù morale che c’inclina ad adempiere tutti i doveri che la pietà c’impone verso tutti coloro che, per qualsiasi titolo, noi riteniamo, come coautori della nostra esistenza.

La Patria è il cielo che si respira, il pane che si mangia, l’amore, il dolore, l’onore, il tempio la scuola, la casa, la lingua e le parole che ci fanno riconoscere l’un con gli altri da lontano.
La polvere che calpestiamo che altro non è che le ceneri dei nostri avi, per dirla con un grande Capo indiano, mentre rifiutava di venderla agli Yankee
Patria
Con questo dolce nome sulla bocca v’invito ad intonare con me: Evviva le Forze Armate Italiane. Evviva l’Italia.

Da Antonino Galloni

ECONOMIA ACIDA, ECONOMIA ALCALINA…

Il grado di acidità di un’economia – vale a dire di entropia intesa come incapacità di svolgere funzioni ed azioni a costi costanti o decrescenti – si può calcolare in termini di tasso di interesse: più esso è elevato e più sarà acida (entropica) la sua economia e viceversa.

Il tasso di interesse (soprattutto se calcolato in termini “reali” vale a dire al netto dell’inflazione) influisce sull’orizzonte temporale (degli investimenti) delle imprese (e finanche degli Stati): se l’interesse è basso (quello reale nella media storica si aggira attorno al 2%) ci sarà più spazio per investimenti ed assunzione di giovani (a parità di circostanze). Più investimenti faranno i privati e maggiori risorse consentiranno di aumentare il credito e affluiranno alle casse dello Stato (che può decidere autonomamente i propri investimenti, ma che può – altresì – decidere di limitarsi all’ambito del gettito tributario realizzato).

I privati valuteranno il rendimento dei propri investimenti e fermeranno quelli reali e produttivi qualora esso venga superato da quello finanziario o obbligazionario: il tasso di interesse, appunto. Lo Stato può traguardare orizzonti lontani ed investire in infrastrutture, ricerca, pubblica istruzione anche se il loro rendimento fosse ipotetico. Uno Stato che investe in attività produttive seppure in un contesto di incertezza dei risultati, è uno Stato che opera nell’interesse dei cittadini, del futuro e dei giovani (è uno Stato “alcalino”!): gli investimenti fisici restano e, paradossalmente, proprio quelli più importanti, quasi mai sono stati eseguiti in ottemperanza a criteri finanziari. Si pensi alle Piramidi, alle Cattedrali, alle tante opere che hanno portata “storica”; mentre i profitti finanziari poi svaniscono nelle guerre, nei conflitti di civiltà, nell’impoverimento delle stesse aristocrazie, nel declino degli imperi…tutti fenomeni spesso ascrivibili all’insostenibilità di situazioni debitorie in cui il peso degli interessi e degli interessi sugli interessi anche noto col termine di “anatocismo” (che, in questa sede potremmo chiamare “iperacidità”) hanno svolto un ruolo cruciale. Da ciò si deduce che, per ripristinare “alcalinità” in un sistema economico occorre contenere i tassi di interesse entro una soglia che consente – dati i livelli del progresso tecnologico applicato – di avvicinarsi significativamente alla piena occupazione del lavoro umano; e, se del caso, introdurre vere e proprie misure periodiche di remissione dei debiti. Remissione che potrà essere parziale ovvero “pilotata” anche allo scopo di ridurre gli effetti “acidificanti” delle banche (vedi il mio “Il Grande Mutuo”, Editori Riuniti, 2007), ma che potrebbe essere totale come quando – in mancanza di interventi intelligenti ovvero “neghentropici” (anti-entropia) – si scatena l’iperinflazione devastante.

Anche il conflitto tra salari e profitti (che ispira in prima battuta le cosiddette relazioni industriali) può “acidificare” il sistema perché, se prevale la compressione dei salari, le imprese guadagnano in borsa momentaneamente, ma il perdurare e l’allargarsi di tale situazione induce – nel tempo – una caduta della domanda e dei consumi che comporterà una pari caduta delle vendite e, quindi, una riduzione dei profitti attesi e del valore dell’impresa. La mancanza di consapevolezza circa l’importanza della crescita della capacità di acquisto dei salari induce un aumento dei tassi di interesse sui prestiti perché al minor valore dell’impresa corrisponderà un indebolimento delle sue prospettive di solvibilità. E quello che la classe imprenditrice o dirigente miope ha guadagnato dalla riduzione dei salari oggi, corrisponderà alla perdita successiva di valore. Quest’ultimo, infatti, aumenta in funzione del miglioramento nelle condizioni di tutti i soggetti coinvolti – direttamente e indirettamente – nei processi produttivi: imprenditori, managers, lavoratori, utenti, fornitori, consumatori, pubbliche amministrazioni, banche di credito.

Da Renato Rocco

II MITO DI POLIFEMO

Polifemo nacque figlio di molti padri che lui classificava in ordine net-uno, net-due ecc. Il più importante fu il primo che si interessò anche della sua educazione: come figlio del dio del mare, era un poco vongoloide, e per questo, fu messo in uno scorfanotrofio dove frequentò l’aliceo. Ancor giovane si innamorò della ninfa galatea che gli insegnò le buone maniere. L’innamorarsi di una ninfa lo fece diventare ninfomane.
In amore galatea gli indicava la rotta e lui così seguiva la ninfostrada. Aveva un’industria lattiero casearia che produceva formaggi di caglio doc, e un liquore tipico di Catania: l’amaro Caverna.
I maligni narrano che per soddisfare le sue voglie gastronomiche ogni mattina si faceva l’ovino sbattuto, ma fu accecato dall’amore per le pecore con le quali soddisfaceva i suoi capricci.
Era anche fan di un cantante famoso che belava le sue canzoni: Peppino di capra. Una volta accecato, Polifemo diventa polinfermo e ricorre alle cure dell’asl.   I medici vogliono sapere chi gli ha fatto un oculo così, ma il nostro non vede l’ora di vendicarsi. E così comincia ad usare i suoi massi a mare, senza alcuna licenza edilizia e alcun permesso della capitaneria di porto, che aveva il monopolio dell’affondamento delle barche coi clandestini extra-comunitari.   Con questo suo lancio di pietroni, Polifemo non riesce a colpire Ulisse che scansa tutti i massi (il masso scansato). Ma Ulisse che aveva rubato al mostro le palle di mozzarella, per facilitare la fuga, organizza un v-ulisse’ cumprà, lasciando il Gigante privo di palle.

Napoli, 12 novembre 2006

Renato    Rocco

DA ANTONINO GALLONI

INTERVISTA PER DOMENICO ALESSANDRO

Sul tema della sovranità monetaria lei è molto critico verso la cessione che ne è stata fatta. Per quale motivo?

La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti previsti. La sovranità monetaria viene, ordinariamente, esercitata dallo Stato o da un’istituzione che ha poteri (quindi siamo in un ambito di sovranità indiretta e non diretta per i cittadini) e consiste nell’attribuire valore legale alla moneta, vale a dire che nessuno può rifiutarla a soluzione dei propri crediti, nemmeno lo Stato stesso per il pagamento delle tasse, anzi è obbligatorio pagare le tasse con essa. Teoricamente i cittadini potrebbero esercitare direttamente (in modo complementare od esclusivo) tale sovranità, ma adesso questo ragionamento ci porterebbe lontano da un ragionamento il più possibile semplice. Con moneta in qualche modo legata all’oro vi era un limite alla monetazione e, nel caso delle banconote, le cosiddette Banche Centrali o chi per esse doveva detenere riserve o metalli pregiati per garantire la conversione in essi della propria valuta posseduta dai non residenti; oggi la moneta non ha più questo vincolo, ma quello che non ne possa essere emessa di più di ciò che consente ai possessori di trovare beni e servizi che desiderano acquistare. Ma le capacità tecnologiche e produttive attuali – a differenza del passato, dico mezzo secolo fa – sono sovrabbondanti: merci e servizi abbondano, ma la moneta scarseggia, anche per gli investimenti, dico quelli produttivi, quelli socialmente necessari. Ciò vuol dire che la sovranità monetaria è male amministrata. Gli Stati nazionali – come l’Italia – se ne sono privati, invece avevano solo il potere di delegarla ad un’autorità sovraordinata come la BCE. Quest ’ultima ha garantito liquidità per migliaia di miliardi di euro alle banche (che li perdono regolarmente in attività speculative assurde e poi fanno scarseggiare il credito – che è la forma più diffusa di moneta ma con caratteristiche diverse – all’economia reale), interviene sui mercati dei titoli pubblici, anche quello primario delle emissioni seppure indirettamente, però nulla arriva alle imprese ed alle famiglie. Tuttavia le tasse si devono pagare a fronte di redditi ed occupazione che si contraggono: quindi, o la BCE riesce a riportare la moneta alla sua funzione (che non è certo quella di aggravare artificiosamente condizioni di scarsità che appartengono al passato) oppure non c’è stata delega di sovranità, ma cancellazione di essa e questo gli Stati non potevano farlo. Allora se la BCE non esercita la sovranità monetaria per conto dei popoli e degli Stati nazionali, questi ultimi se la devono riprendere.

La questione della sovranità monetaria si lega a quella dell’economia italiana. Lei ha affermato che, a un certo punto, qualcuno ha voluto frenare l’espansione industriale delPaese. Chi è stato e perché?

Alla fine degli anni ’70 l’Italia stava avvicinando la Francia e dava preoccupazione alla stessa Germania, mentre aveva già superato l’Inghilterra in precedenza. Tale risultato era stato possibile per una combinazione di agevolazioni alle industrie private (incentivi a fondo perduto e svalutazione del cambio), sviluppo tumultuoso delle partecipazioni statali, valorizzazione delle riconosciute capacità del nostro popolo: eravamo competitivi, ma anche molto macchiati da corruzione, clientelismi, sprechi. Quindi nel 1981 si decise di porre fine a tale situazione – senza preoccuparsi di travolgere anche il buono che caratterizzava la nostra economia – costringendo lo Stato a finanziare il proprio fabbisogno monetario ricorrendo direttamente al mercato (in realtà le grandi banche che ne approfittarono) senza l’intervento collaborativo della Banca d’Italia. Dal 1979 il G7 aveva deciso che, al contrario del trentacinquennio precedente, ciascuno Stato dovesse essere lasciato solo nel riequilibrio della propria bilancia commerciale: quindi i Paesi deboli dovevano importare capitali e, per attrarli aumentare i tassi di interesse, indebolendosi ancora di più; mentre i Paesi forti potevano non rivalutare e ridurre la propria domanda di capitali e i tassi di interesse così rafforzandosi. Dopo poco più di un decennio quel sistema saltò e cominciarono a maturare le condizioni che avrebbero portato all’euro. Ma questo risultato non sarebbe stato possibile se, dopo la caduta del muro di Berlino la Germania non avesse rinunciato al marco e la Francia non avesse accettato la riunificazione tedesca in cambio di un indebolimento industriale e produttivo dell’Italia che consentisse alla stessa Germania di superare la delicata fase della sua riunificazione con una parte orientale che aveva vissuto 45 anni senza economia di mercato. Nel corso del 1989 Mitterand e Kohl si erano messi d’accordo, in Italia, con gli stessi che avevano voluto interrompere gli investimenti pubblici e l’uso della leva del cambio (Carli, Ciampi, Confindustria, ecc.), ma l’ago della bilancia era Giulio Andreotti , passato in quell’anno da una posizione molto filoamericana e solo tiepidamente europeistica a consentire il fatidico passaggio. Molti approfittarono, nel decennio successivo, della svendita del patrimonio pubblico a scandalosi prezzi di magazzino e l’Italia perse gran parte dei suoi strumenti industriali.

Cosa contesta a questa Unione Europea e come il fiscal compact ostacola un’adeguata politica economica?

L’evidente insensatezza e insostenibilità delle varie misure di austerity che, paradossalmente – come il MES e il Fiscal Compact – sono costosissime non solo in termini produttivi e sociali, ma anche finanziariamente. Anche i vincoli di Maastricht erano arbitrari e, assurdamente, uguali per tutti: invece di tendere alla convergenza mettevano sullo stesso piano chi aveva molte risorse ancora da valorizzare (disoccupazione) e chi no. La solita storia: il debole che diventa ancora più debole e il forte che diventa ancora più forte. Ma il distacco dalla realtà di questa gente si è spinto fino al punto di coinvolgere anche i Paesi forti nella crisi: la Germania manifatturiera sta accumulando scorte impressionanti, produce tante automobili, ma non ne vende abbastanza, la Francia è sempre meno competitiva, i Paesi forti non riescono più a tenere sotto controllo un disagio sociale dilagante. L’unica politica è continuare a nascondere la realtà, soprattutto i conti finanziari che corrispondono all’insostenibilità del sistema.

Nel caso in cui l’Italia decida di tornare alla moneta nazionale, cosa occorrerebbe fare poi?

Se l’euro non riesce a far da moneta vera e propria finanziando tutti quegli investimenti utili, redditizi, socialmente necessari che ci porteranno all’equilibrio economico sociale (che è l’unica premessa possibile a quelli finanziari) allora è meglio tornare alle valute nazionali. La prima soluzione sarebbe preferibile perché gli investimenti sarebbero proporzionati alle esigenze: come dire tornare ad una situazione in cui i leader aiutano i deboli. Se no, ognuno per sé. La difficoltà non sta nell’abbandonare l’euro, gestire i debiti o predisporsi ad una crescita dei prezzi delle importazioni necessarie che sarebbero più che compensate – nel caso italiano dalle maggiori esportazioni e minori importazioni non necessarie – ma nel capire come questo esercito di disoccupati, inoccupati, precari non qualificati, gente impreparata a gestire le cose pubbliche nell’interesse dei cittadini e non delle caste possa impegnarsi in modo produttivo e non confusionario. Ovviamente dovremmo tornare alla situazione pre-81 non a quella pre-euro. Poi occorre ripristinare, il prima possibile, la netta separazione tra i soggetti speculativi e le banche ordinarie che devono assicurare il credito all’economia reale.

Lei ha ipotizzato anche altre soluzioni, come il ricorso alla moneta complementare. Si potrebbe far condividere l’Euro con una o più monete nazionali?

Sì, nel passato abbiamo avuto doppie e triple circolazioni monetarie (moneta internazionale; moneta nazionale; moneta dei piccoli acquisti). Di monete complementari ce ne possono essere diverse a seconda delle circostanze: quelle basate sugli sconti e gli abbuoni; quelle che servono a far circolare i crediti fra i privati; quelle che agevolano lo sganciamento dalle importazioni non necessarie; quelle, più classiche, basate sul “démurrage”; anche le “banche del tempo” possono esser viste in tal senso (il tempo è denaro, no?). Lo Stato, attualmente, può emettere titoli obbligazionari, di debito, ma che consentono di avvicinare la cassa (che è vuota perché l’euro è mal gestito) e la competenza che è quella che è. Così, si potrebbero pagare subito i debiti delle pubbliche amministrazioni con l’emissione, immediata, di certificati che sarebbero utilizzati dai privati, accettati dalle banche e in pagamento delle tasse; e, passando direttamente al fronte dell’euro, rafforzerei il ruolo di Banca Pubblica della Cassa Depositi e Prestiti che, già, ci sta salvando con l’utilizzazione del risparmio postale sul mercato dei titoli pubblici, ma non basta, occorrerebbe metterla in condizione di ricevere mezzi monetari dalla BCE allo 0,5% come fanno Francesi e Tedeschi; una banca pubblica può, così, monetizzare i crediti fra privati e si aprirebbero prospettive di remunerazione del lavoro che c’è ma è nascosto.

Durante il suo percorso professionale, ha dichiarato che le politiche keynesiane a un certo punto sono diventate un tabù. Per quale motivo?

Le mie idee e le mie proposte sono sempre state chiare ed univoche. A parte qualche momentanea eccezione non ho trovato appoggio politico e mi sono ritrovato quasi sempre isolato e solo. Poi non dimentichiamo che quasi tutta la scuola post-keynesiana è scomparsa – in un modo o nell’altro – durante gli anni ’80 e lo stesso insegnamento della politica monetaria era stato praticamente espunto dalle Università. Nei salotti buoni mi apprezzavano per originalità e profondità dei miei argomenti, ma mi hanno sempre considerato un talebano e un pericolo. Adesso molta gente dentro e fuori dal sistema si sta ricredendo; sono circondato da molta stima, ma la fiducia è un’altra cosa. Soprattutto niente cambia finché l’ego viene anteposto al bene comune.

Per finire, ci parla del progetto Unione dei movimenti?

Un’unione dei movimenti che abbia un programma minimo (mentre uno massimo divide) e guardi sia a tutti coloro che vogliono anteporre il bene comune, sia ad un ampio consenso popolare che vada dal Movimento 5 Stelle alla parte più impegnata del Partito Democratico, dalla destra sociale a chi ha fatto un percorso umano e spirituale compatibile: netta separazione tra i soggetti che operano sui mercati speculativi e le banche di credito ordinario; ripristino della sovranità monetaria; una o più banche pubbliche per gestire il debito in modo adeguato, senza allarmi e senza far crescere i tassi di interesse oltre il 2%; riposizionamento dello Stato che deve combattere più seriamente la criminalità, ma non trattare da criminale chi vorrebbe regolarizzarsi e non può o non sa; acquisizione delle migliori tecnologie disponibili per trattare i rifiuti senza inquinamenti, riciclare tutto, produrre energia a costo zero o quasi; riavviare una seria politica industriale, visto che – non ostante tutto quello che le nostre imprese hanno subito – continuiamo ad essere bravi produttori; far emergere tutto il lavoro che c’è anche utilizzando strumenti come il reddito di cittadinanza e varie tecniche di monete complementari.

DA MARIA FEDERICO

QUANNU I MAMMI CANTAUNU…….
di Maria Federico

Mamma, ti ricordi quann’eru picciridda, e mi facevi i trizzi,
iò ciancìa e tu…. cantavi.
Quannu ni spattevi dù picca cà c’era e iò non vulia
manciare, tu calma, spittavi
e… cantavi. 
Quattro figghi picciriddi, u maritu, a casa di badari,
eppuru…. tu cantavi.
E chiddu ca cantavi, ca a’“Cavalliria Rusticana" era, tu
mancu lu sapivi.
Mamma, macari iò oggi aiu figghi, manciari ci n’é chi’ossai
e ci sù tanti cosi,
ma, sti figghi però, non mi parunu pì chistu chiù cuntenti,
e iò , mamma,
iò non cantu,…….cianciu !

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